Il nostro nome ne contiene almeno un altro - a volte molti altri -  ognuno dei quali ha una sua vita e una sua storia. 

A me piace scoprirli e raccontarli.

TOPAZIA RABBLI

PIETRE PREZIOSE

​TOPAZIA

​CAPITOLO 1

“Donna eccentrica” è una definizione riduttiva. Le stranezze di Giada, mia madre, erano chiaramente il sintomo di un comportamento bipolare. O, molto più semplicemente, anche lei era stata vittima delle follie di chi l’aveva messa al mondo. Figlia illegittima, amatissima, di un artista geniale, narcisista e accentratore e con una madre poco più che adolescente, quando ero molto piccola, mi raccontava di un’infanzia scintillante ma vagabonda, dove l’imprevisto e la sregolatezza erano la quotidianità. A vent’anni era rimasta incinta, ed ero nata io, Topazia. Immagino che l’insistenza dei suoi genitori, nel sapere chi fosse mio padre, sia stata blanda e di breve durata: per mio nonno, esuberante settantenne, ero una gemma in più da sfoggiare; per Agata, mia nonna, che di anni non ne aveva neppure quaranta, la possibilità di interpretare, finalmente, il ruolo di madre. Scoprii di non avere un padre il primo giorno di scuola, quando una bimba furbetta e vestita da modella, mi chiese se le mamme-che mi avevano accompagnata in aula- fossero sposate tra loro. Forse fu quello il motivo per cui, pochi mesi più tardi, mia madre convolò a nozze con Hugo, famoso esperto d’arte, prezioso collaboratore del nonno, che da sempre frequentava la nostra casa. In modo garbato e rispettoso, mi invitò presto a chiamarlo papà. Viaggiavano molto: mamma e il mio patrigno curavano l’attività artistica e gli interessi economici del nonno che, protetto dall’incrollabile adorazione della nonna, necessitava sempre più di cure costanti e di abitudini regolari, assicurando così anche a me una vita stabile e tranquilla, quasi normale. Tranne nel periodo estivo, quando, felice, li accompagnavo in giro per il mondo, partecipando alla loro vita frenetica e mondana, assolutamente inadatta a una bambina. Per i miei diciotto anni chiesi di conoscere la verità su mio padre. L’inaspettato e ostinato rifiuto di mia madre produsse tra noi una frattura profonda: offesa, pretesi ed ottenni di entrare al college  e ne scelsi uno distante suoi dai percorsi abituali e dalle rotte aeree classiche. Nei successivi tre anni, le nostre occasioni d’incontro furono rare e dal tono formale. Io, appena potevo, mi sobbarcavo lunghi viaggi in treno per raggiungere i nonni e la casa dove ero cresciuta. Una settimana prima delle vacanze di Natale, al termine di una lezione di filosofia, venni convocata dal mio tutor. Nel suo studio trovai Hugo ad aspettarmi. Il mio primo pensiero fu per il nonno. Ma Hugo, visibilmente sofferente, farfugliò qualcosa di incomprensibile e insieme spaventoso: notte, ghiaccio, stanchezza, incidente, Giada. Mia madre era morta, la notte precedente, rientrando dall’aeroporto: una lastra di ghiaccio, la strada poco illuminata forse un colpo di sonno.

Non ci sarebbero più state occasioni per noi, pensai.

All’improvviso, il suo segreto non mi sembrò più così importante.

(continua)