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LA REGINA MANCATA

Chateau- fort du Bourg de Four, Genève

1° novembre 1195

Il drappello di cavalieri arrivò al castello in piena notte.  Seppur esausti e infreddoliti, al pari dei loro cavalli, chiesero udienza immediata al Conte. Ma quella stessa mattina, mio padre si era ferito durante una battuta di caccia, e gli stranieri dovettero rassegnarsi ad attendere l’indomani. Non chiusi occhio tutta la notte, e non per il freddo: mia sorella Beatrice, che d’inverno divideva il letto con me, continuò a dormire serena, mentre un’angoscia sconosciuta mi agitò fino all’alba. 

Mi chiamo Margherita e all’epoca dei fatti che ti sto raccontando avevo  15 anni e un unico pensiero: arrivare in salute alla successiva primavera e sposare Tommaso, nipote di Agnese, la seconda moglie di mio padre.  Mia madre era morta nel dare alla luce mio fratello Guglielmo quando io avevo 4 anni. L’anno successivo, mio padre si era risposato e poco dopo era nata Beatrice. Agnese, la  nuova Contessa di Ginevra, era una moglie riservata e ambiziosa che progettava per sua figlia, un matrimonio di rango. Per questo motivo, per garantirle una rivale in meno, aveva organizzato l’incontro  tra me e Tommaso. Ma non avrebbe potuto farmi un regalo più grande: Tommaso era alto,  bello e audace. Sapeva ballare con eleganza  e i suoi lunghi capelli scuri avevano il profumo dei boschi in primavera.

La sua proposta era arrivata poche settimane più tardi: Agnese aveva convinto mio padre dei vantaggi della nostra unione e i preparativi per le nozze erano iniziati subito dopo.

La porta  si aprì all’improvviso: mio padre, che non ricordavo fosse mai entrato nella mia camera, indossava la veste delle occasioni importanti. Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta e mi ordinò di prepararmi e di raggiungerlo nel salone principale. Solo quando se ne fu andato  mi accorsi di Agnese, evidentemente indispettita, ferma sull’uscio. Sorda alle mie domande, mi aiutò a vestirmi e pettinarmi come se avessi dovuto recarmi in chiesa al cospetto del Vescovo. Il suo ostinato, incomprensibile silenzio, contribuì a trasformare l’angoscia delle ore precedenti  in terrore: percorsi il corridoio che mi separava da mio padre con l’animo di una condannata a morte. Prima di entrare, mi voltai verso Agnese, implorando con lo sguardo  il suo aiuto. Ma lei abbassò gli occhi , ritirandosi definitivamente nell’ombra.  Il salone era illuminato dal fuoco del grande camino. Una luce pallida e fredda filtrava dalle piccole feritoie in alto. Mio padre, seduto a capo del lungo tavolo,  fece cenno di avvicinarmi. Alla sua destra e alla sua sinistra, i quattro sconosciuti arrivati nella notte. Mi inchinai e rimasi in attesa.

(continua)

E’ vero che consapevolmente siamo noi a scegliere quando e dove nascere per progredire e completare il nostro percorso evolutivo? Per cercare di dare risposta a una domanda così impegnativa bisogna essere disposti a intraprendere un viaggio nel tempo che inevitabilmente sconfina in realtà fragili e oscure, che non ci appartengono più ma di cui abbiamo fatto parte. Ben presto, però, se la strada è quella giusta, ci si accorge che i personaggi che incontriamo non sono degli sconosciuti, che in noi c’è traccia di un’impalpabile memoria di vicende e di emozioni già vissute.  Man mano che impariamo a conoscerli, sono proprio questi personaggi a indicarci i luoghi, le situazioni, i sentieri … le risposte che stiamo cercando.  Non è una ricerca facile ma le tecniche a disposizione sono molte: regressione ipnotica, autoipnosi, scrittura automatica, astrologia karmica ... basta trovare  quella più congeniale alla propria natura.

Ecco la mia storia.